La mia vecchia storia dell'automobile

scritto da autentico Marcello
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Testo: La mia vecchia storia dell'automobile
di autentico Marcello

Io ho avuto modo di conoscere l'automobile da ragazzino quando al mio paese, dove nessun abitante era proprietario di automobili, ne sono arrivate ben tre : quella del veterinario Stefani, della famosa Tecla e di Giovanni Collavo commerciante di bestiame da stalla.Io, piccolissimo, rimasi incantato e da quella volta è entrata in me una folle passione per la tecnica in genere e ciò di cui mi ero reso conto praticamente è stata proprio la mia prima automobile alla quale potei avvicinarmi.Bisogna subito precisare che due delle macchine citate non servivano affatto per spostamenti personali poiché venivano usate principalmente per lo svolgimento di lavoro tanto è vero che noi ragazzi avevamo a disposizione una piccola parte di quelle automobili ed esattamente dei seggiolini nuovi essendo stati smontati dalle vetture e depositati nei porticati annessi alle abitazioni private.Infatti le automobili della Tecla e quella del commerciante di bestiame, appena arrivate a Quero, sono state trasferite a Cornuda da un bravo meccanico il quale di persona trasformava le vetture in camioncini da lavoro. Allo scopo la prima operazione era lo smontaggio dei sedili posteriori i quali,non servendo affatto per gli usi cui erano destinate nel mentre detti sedili restavano a piena disposizione dei nostri giochi.Un particolare importante che ebbi modo di conoscere solo molti anni dopo era la costituzione reale e soprattutto la struttura di base delle vecchie automobili che, vista ai nostri giorni, appare veramente singolare poiché consisteva in longheroni di putrelle di acciaio posti in basso allo scopo di sostenere sia il pesante motore a benzina, sia a tutta la vettura ivi compresi i sedili con i viaggiatori che vi stavano seduti . In sostanza si può sostenere che tutti gli sforzi meccanici di una vecchia macchina durante i suoi viaggi in strade più o meno accidentate, dovevano far capo ad un pesante telaio in acciaio il quale, con la sua notevole mole, comportava inconvenienti che influivano pesantemente sul costo di costruzione, nell'ingombro della struttura portante ed infine sulla meccanica del motore obbligato a trasportare il notevole peso che esulava dalla funzione di base della vettura e che a avrebbe dovuto invece riguardare ingombri e pesi molto inferiori di quelli reali.Le cose sono molto cambiate ed a partire dal 1921 tutte le automobili non hanno più i longheroni portanti ma è invece la loro robusta carrozzeria metallica,costruita molto razionalmente, a sostenere tutta la struttura ed il sovraccarico delle automobili tanto da aver assunto il nome di carrozzeria portante.Si deve però tener presente che le automobili con stangoni di ferro portanti, nella realtà, continuarono ad esistere fino al 1950 quando fu una automobile che , con la sua notevole robustezza, stabilì la fine dei longheroni portanti e questa fu la Fiat 1400 . Fino ad allora esistevano ancora tante auto vecchio tipo munite di pesanti stangoni in ferro perché erano le uniche che potevano essere trasformate, brevi manu, in tutto ciò che presentava interesse per il proprietario. Infatti tolti i sedili posteriori e tagliata a metà la vecchia carrozzeria, si procedeva nel modo più conveniente montando dei cassoni in legno o metallo alle volte muniti solo di parapetto alto una cinquantina di centimetri oppure di una copertura costruita nei modi più stani con telai in tubo di ferro e copertura con grossi teli impermeabili. L'automobile della Tecla , che ovviamente apparteneva alla vecchia tipologia con le putrelle di sostegno, veniva adoperata per esercitare la vendita di pezze di stoffa nei mercati rionali di tutta la settimana e di tutta la provincia. La sua Uno Fiat era stata trasformata creando un locale posteriore coperto in tela impermeabile e munito di scaffalature per sistemarvi al coperto le pezze di stoffa da vendere al mercato. Nella parte posteriore vi era un piccolo spazio libero dove, seduto su una comune sedia di legno impagliata e per tutto il tempo del viaggio, stava Gianni il marito della Tecla la quale quando guidava non voleva nessuno al suo fianco perché temeva di essere disturbata nella sua guida mentre percorreva la strada ad una velocità minima poiché lei non inseriva mai la marcia superiore del cambio e quando qualcuno la rimproverava per una guida così lenta lei rispondeva sempre in questo modo: voi potete dire quello che volete ma io guido da dieci anni e non ho mai fatto un solo incidente.Invece il camioncino di Collavo, anch'esso con un locale protetto da tela, aveva anche una piccola mangiatoia in modo che , nelle molte e lunghe soste ed interruzioni dei viaggi che egli faceva per visitare i vari contadini ai quali mostrare e proporre le sue giovani bestie le quali nel frattempo potevano cibarsi dell'erba che egli aveva predisposto.C'era a Quero Gigi il figlio del veterinario il quale , quando il papà era assente, aveva il coraggio di far uscire dal garage la Balilla del padre e fare degli ampi giri attorno a Quero spesso assieme a mio zio Mario che era suo grande amico.Io ricordo un fatto passato alla storia. Per non farsi vedere da nessuno, Gigi usava fare un giretto lungo la strada del Cimitero che era poco frequentata e non costeggiata da abitazioni. In quella strada esisteva un bivio con una stradina orizzontale che portava al Cimitero di Quero mentre la via principale continuava fino ad arrivare all'ossario tedesco con una pendenza notevole.Quando Gigi, non molto pratico di guida, giunse al bivio citato commise l'errore madornale di percorrere il bivio stesso con le due ruote destre poste sulla via orizzontale mentre con le altre due proseguiva in una discesa così ripida che la Balilla si capovolse di 90 gradi. I due automobilisti non si fecero male ma l'automobile restò lì capovolta per giorni e giorni e per noi ragazzi era una corsa continua per andare a vedere e rivedere l'auto di Gigi capovolta riuscendo ad immaginare l'ira del veterinario che era finalmente venuto a conoscenza che suo figlio sapeva guidare la Balilla e che la usava spesso. Allora non esistevano i moderni mezzi di ricupero delle auto incidentate le quali, dovendo venir radrizzate a mano e trasportate con mezzi di fortuna, spesso rimanevano giorni e giorni sempre lì' nel luogo dove era avvenuto l'incidente.Tutta l'avventura mi venne raccontata con precisione da mio zio Mario che era seduto anch'egli al momento del disastro.Ho raccontato questo episodio per dare un'idea di quali erano le notizie che raramente arrivavano al mio paese dove non accadeva mai nulla di nulla, non esistevano né radio né televisione e nessuno aveva modo di leggere giornali quasi inesistenti.Una grande festa era per noi ragazzini l'arrivo a Quero di nuove macchine e tra tutte ricordo la visione delle prime Aprilia ed Ardea eccezionali come estetica esterna.Ogni tanto ci giungeva notizia di automobili sportive decappottabili e molto basse. Ci bastano i racconti , forse inventati, per entusiasmarci.Ma l'entusiasmo estremo ebbe luogo quando un querese comprò una moto Guzzi 250. Questa moto aveva un rumore particolare che ci entusiasmava al massimo facendoci sognare quando mai noi avremmo potuto guidare un miracolo del genere. Questa Guzzi aveva un volano esterno che, come ben sapevamo, aveva lo scopo meccanico di regolarizzare il moto pulsante dell'unico cilindro della Guzzi per ottenere il necessario moto uniforme della ruota posteriore collegata con una grossa catena in ferro. La cosa strana e per noi affascinante , era l'aver messo all'esterno il pesante volano circolare dipinto con una banda circolare rossa come rossa era tutta la moto che brillava ai nostri occhi quando girava vorticosamente vicinissimo alla gamba del guidatore.Noi eravamo entusiasmati davanti a quella moto eccezionale e della quale sapevamo tutto : i giri massimi al secondo , la velocità massima, il consumo di benzina, , la percorrenza totale con un serbatoio colmo di benzina : tutte notizie che ci entusiasmavano alla grande.Gli anni passarono in fretta e arrivò la Vespa. Un giocattolo con un motorino a due tempi che era quello di messa in moto degli aerei, almeno così ci veniva raccontato per entusiasmarci. Subito dopo la Lambretta che ci divise in due sezioni di ammiratori assai soddisfatti per la possibilità di prendere a noleggio da Duilio, un querese riparatore di biciclette che ne aveva una destinata allo scopo. Egli, per renderci felici nei brevi viaggetti con la Lambretta a noleggio, aveva modificato il tubo di scappamento in modo che il motore facesse un fracasso assordante ma che a noi dava l'impressione di essere padroni di un motore che correva, correva velocissimo con un rombo appassionante. Un bel giorno avvenne un avvenimento per me importantissimo. Mio zio Elio, sempre generoso, mi vendette la sua vecchia Topolino per una cifra ridicola volendo lasciarmi la convinzione di averla pagata nel mentre, nella realtà me la aveva regata.Per me, questo fatto clamoroso costituì una grande gioia per molte motivazioni. Io nel frattempo avevo cominciato a lavorare e quella macchinetta mi rese veramente felice non solo per la soddisfazione finalmente raggiunta di guidare una automobile ma anche per le molte piacevoli avventure che essa mi dava.In pratica la vetturetta era molto vecchia e spesso dava problemi per il motore che sul più bello si fermava. Allora doveva entrare in ballo la mia bravura mentre più avanti sarà un meccanico a compiere, come vedremo, un vero miracolo.La topolino aveva un motore di tipo molto vecchio del quale veniva spesso alla luce il cattivo funzionamento dello spinterogeno che in quei tempi era un poco valido sostituto del la moderna regolazione automatica delle automobili del tutto elettronica. Quel vecchio dispositivo in pratica era un ruttore che girando a 360 gradi attorno ad un perno provocava il contatto elettrico a turno progressivo delle quattro candele poste in testa ai cilindri per provocare la scintilla di scoppio della miscela aria-benzina che a sua volta faceva girare le ruote posteriori consentendo di viaggiare. Io ero stato istruito dallo zio Elio che quando succedeva il fattaccio, bastava togliere la chiusura superiore dello spinterogeno e con pazienza pulire bene la punta dell'elemento che girando si collegava come detto alle valvole. Io tutte le volte che la topolino si fermava, avevo la mia funzione da svolgere pazientemente e con soddisfazione finale in quanto la topolino in realtà ripartiva.A questo punto devo però raccontare il fatto che avevo definito miracoloso. Una mattina, mentre mi recavo al lavoro la topolino presentò un difetto gravissimo: non riuscivo più a togliere con il cambio a mano la quarta marcia. Il fatto era gravissimo ed io potei ripartire con il cambio sempre incastrato nella quarta marcia. Impossibile definire la difficoltà dell'avvio operando pazientemente con la frizione ma, cosa che conoscevo benissimo, con il pericolo di bruciare la frizione per l'enorme attrito che doveva vincere. In ogni caso riuscii ad arrivare a Feltre nella officina Fiat dove conoscevo il meccanico che era semplicemente miracoloso in quanto egli delle auto Fiat e soprattutto delle piccole topolino sapeva tutto. La mia mente era allora percorsa dai pensieri più truci: ora si dovrà smontare tutto il cambio marce per riuscire a sbloccare la quarta marcia e forse vi si troverà l'ingranaggio della quarta sicuramente danneggiato e quindi bisognerà cambiarlo. Di conseguenza dovrò lasciare in officina la macchina ed andare a lavorare in ritardo e con altri mezzi. Insomma nel mio cervello vedevo tutto nero.La cosa fu totalmente diversa. Come spiegai il problema al bravo meccanico, questo non aprì bocca. Prese una ampolla di lubrificazione con l'apposito olio speciale ed entrato subito nella mia macchinetta Infilò il sottilissimo tubo di emissione dell'olio lungo il tondino verticale in ferro del cambio, spostando la protezione conica e gommosa che proteggeva alla base della leva verticale del cambio, infilò in basso ed a forza l'oliatore facendolo emettere parecchie gocce d'olio. Quindi estrasse l'oliatore e presa in mano la manopola in legno del cambio la fece fare per più volte un movimento circolare ed orizzontale. Fatto questo il cambio risultò libero cioè nella sua posizione abituale. Il meccanico mi disse: parti e non ti faccio pagare nemmeno le tre gocce di olio che ho consumato.Così fu : la topolino era perfettamente funzionante.Tutto l'accaduto secondo me è stata una bella scena teatrale che il meccanico ha recitato completandola con il finale splendido di non farmi pagare nemmeno le molte gocce d'olio consumato.Il finale di tutta la vicenda fu così singolare da costituire anche la degna conclusione di questo vecchio racconto dell'automobile dei tempi passati.

La mia vecchia storia dell'automobile testo di autentico Marcello
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